14 settembre 2026

Novi. Lavoratori dell’ex Ilva cercano contromisure per scongiurare lo stop alla produzione. Le richieste avanzate al governo

Inizia oggi una delle settimane più delicate per dare un futuro all’ex Ilva, ammesso e non concesso che ciò sia ancora possibile. Venerdì scorso, come vi abbiamo riferito sabato, la Corte d’Appello di Milano ha reso noto la sua decisione in merito al ricorso presentato da Acciaierie d’Italia e da Ilva in amministrazione straordinaria sul decreto che impone la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto perché considerato inquinante e ha confermato la precedente sentenza che impone la chiusura dell’altoforno entro il 28 ottobre. Considerando che le procedure di spegnimento richiedono una quarantina di giorni, esse dovrebbero iniziare già da questa settimana. Per i lavoratori e i loro rappresentanti sindacali è iniziata sin da venerdì scorso un delicato impegno proiettato a tutelare i legittimi diritti alla salute dai lavoratori e della popolazione di Taranto e al tempo stesso  tutelare l’occupazione di oltre diecimila lavoratori dell’ex Ilva, oggi alle dipendenze di Acciaierie d’Italia e di circa duemila persone dell’indotto i cui datori di lavoro hanno già confermato i licenziamenti che erano stati congelati dopo l’incontro tra Governo e sindacati della scorsa settimana. Che c’entra tutto questo con lo stabilimento di Novi Ligure? Ebbene se si ferma l’area a caldo di Taranto verrà a mancare la fornitura di lamiera grezza da lavorare nel sito produttivo di Novi. La replica dei sindacalisti a quella che è stata definita, senza esagerazione, una “bomba sociale” è riassunta così dalle dichiarazioni rilasciate venerdì dal segretario generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano: «Il governo disponga immediatamente il blocco dei licenziamenti, convochi il tavolo con le organizzazioni sindacali e predisponga piani straordinari. Già nell’ultimo incontro avevamo giudicato del tutto insufficiente la sospensione dei licenziamenti fino al pronunciamento della Corte d’Appello. era già tutto scritto: le imprese dell’indotto avrebbero riaperto immediatamente le procedure di licenziamento per i 2.500 lavoratori già annunciati da Aigi, a cui si aggiungeranno i 1.700 esuberi minacciati da Confapi, mentre gli oltre 10.000 lavoratori diretti dell’ex-Ilva saranno posti in Cassa integrazione. Di fronte a questo scenario – sostiene Ferdinando Uliano - il governo non può limitarsi a prendere atto delle conseguenze della decisione della magistratura. È necessario agire subito con provvedimenti straordinari per garantire l’occupazione e il reddito dei lavoratori, la continuità produttiva e la tenuta dell’intera filiera industriale, impedendo che la chiusura dell’area a caldo produca effetti irreversibili sul sistema siderurgico e sull’economia dei territori coinvolti. È nella disponibilità e nella responsabilità della volontà politica dell’esecutivo considerare l’ex-Ilva un’infrastruttura industriale strategica nazionale e predisporre un apposito decreto, motivato da ragioni di sicurezza economica e occupazionale, di autonomia siderurgica e di sicurezza delle filiere industriali, nonché dall’interesse nazionale alla decarbonizzazione, alla tutela dell’ambiente e della salute”. Detto questo il segretario generale della Fim Cisl, di concerto con i colleghi di Fiom Cgil e Uilm Uil ha chiesto, fin da subito, al governo di intervenire per bloccare i licenziamenti, garantire reddito e occupazione e convocare immediatamente le organizzazioni sindacali a Palazzo Chigi. Oggi sapremo, forse, come intende agire il Governo, anche al riguardo delle trattative per la vendita dei siti produttivi dell’ex Ilva. Sul fronte sindacale pare certo che oggi vengano organizzate le assemblee di fabbrica per decidere eventuali iniziative di protesta da intraprendere e si preannuncia un autunno sindacale caldo.

Nella foto: il manifesto con le richieste dei sindacati al Governo

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